Le
lesioni che la colonna vertebrale subisce in seguito ad eventi traumatici possono essere
le più varie, in ragione dei differenti tratti di colonna interessati dall'evento
traumatico e dei diversi meccanismi traumatici.
I
tratti di colonna vertebrale che fisiologicamente sono dotati di maggiore motilità
(rachide cervicale e lombare) sono quelli più esposti alle lesioni traumatiche.
In
realtà, a parte il rachide cervicale per il quale vi sono particolari aspetti
biomeccanici che lo espongono agli eventi traumatici (struttura delle vertebre più
"minuta"; supporto muscolare meno massiccio; necessità di supportare un peso
"impegnativo" quale quello del
capo, con un braccio di leva non sempre favorevole), statisticamente le lesioni
traumatiche della colonna vertebrale si realizzano più frequentemente a livello della
zona di passaggio tra colonna toracica e lombare (la così detta giunzione
toraco-lombare).
Ciò
avviene per molti motivi legati essenzialmente alla meccanica vertebrale: la giunzione
toraco-lombare è una zona di transizione tra un tratto
rachideo piuttosto rigido (la colonna toracica, vincolata nei suoi movimenti
intervertebrali dall'apparato costale) ed uno (il tratto lombare) con spiccate
caratteristiche di movimento; essa è posta tra un tratto di colonna in cifosi (il rachide
toracico) ed una in lordosi (il rachide lombare); essa è un punto di transizione tra un
tratto di colonna in cui il movimento intervertebrale è costituito prevalentemente da un
movimento di rotazione (il rachide toracico) ed un tratto (il rachide lombare) in cui il
movimento fisiologicamente più rappresentato è quello di flesso - estensione.
Nell'affrontare
l'argomento dei traumi vertebrali, va infine ricordato che, in intimo rapporto con la
colonna vertebrale vi è il midollo spinale, che può essere coinvolto dall'evento
traumatico. In tale caso si potranno avere sintomi legati a danni del midollo spinale;
tali sintomi (motori e/o sensitivi) potranno interessare tutti e quattro gli arti (in caso
di lesione traumatica delle vertebre cervicali con danno midollare a tale livello), oppure
gli arti inferiori (in caso di lesione traumatica delle vertebre toraciche o lombari con
danno midollare a tale livello).
Le
lesioni traumatiche della colonna vertebrale con coinvolgimento neurologico (cioè con
danni al midollo spinale) vengono definite
mieliche;
le fratture in cui non vi sia tale coinvolgimento, amieliche.
Vi
è una ulteriore suddivisione, che viene di consueto seguita, perché ha determinanti
effetti sul trattamento di tali lesioni; quella tra lesioni traumatiche stabili
ed instabili.
Dal
punto di vista generale codesta suddivisione è, come detto sopra, di estrema importanza
poiché condiziona il tipo di trattamento da porre in opera.
Una
lesione traumatica della colonna vertebrale viene definita instabile
quando non può essere ridotta con manovre esterne, né può essere mantenuta ridotta con
mezzi esterni (gessi; corsetti) sino alla guarigione.
Di
converso, una lesione vertebrale viene considerata stabile
quando può essere ridotta con manovre esterne, e mantenuta ridotta sino a guarigione con
mezzi esterni.
Il
giudizio sulla stabilità
o sulla instabilità
di una lesione traumatica della colonna vertebrale appare perciò di fondamentale
importanza, poiché curare con mezzi incruenti (gessi o corsetti) una frattura instabile
non può che portare ad un insuccesso; d'altra parte trattare chirurgicamente una lesione
traumatica stabile, espone il paziente agli ingiustificati rischi della chirurgia.
Il
giudizio circa la stabilità (o l'instabilità) di una frattura vertebrale viene dato
tramite le immagini radiografiche, TAC e/o di Risonanza Magnetica Nucleare (RMN), che
individuano le varie strutture vertebrali lesionate.
Gli
stessi approfondimenti diagnostici consentono di classificare le differenti fratture, in
ragione delle caratteristiche delle lesioni (ossee e legamentose) che sono causate dalle
diverse meccaniche lesionali (cioè dai diversi meccanismi con i quali le fratture si sono
provocate).
Negli
ultimi anni molte sono le classificazioni proposte; quella che è da noi seguita è la
classificazione proposta da F. Denis, che individua lesioni instabili e stabili, in
ragione della estensione delle lesioni fratturative ai vari elementi strutturali delle
vertebre.
Vi
è un rapporto stretto tra instabilità di una frattura vertebrale e lesione midollare.
Una
lesione stabile non è mai una lesione mielica; una lesione instabile può invece essere
mielica od amielica (può cioè essere coinvolto o meno il midollo spinale).
Se,
come detto dianzi, una lesione traumatica della colonna vertebrale instabile deve essere
trattata chirurgicamente, è necessario sottolineare che una lesione mielica va, essendo
instabile, trattata anch'essa chirurgicamente; è però necessario in questi casi adottare
un trattamento chirurgico di emergenza.
Infatti
la sintomatologia clinica di danno midollare (paraplegia; tetraplegia) in fase acuta può
non essere segno sicuro di danno midollare irreversibile; per tale ragione la
decompressione del midollo spinale va effettuata al più presto possibile (studi specifici
hanno evidenziato che è necessario decomprimere il midollo entro 6 - 7 ore dall'evento
traumatico per avere il massimo delle possibilità di ripristino delle funzioni
neurologiche alterate).
Non
vi sono, allo stato attuale, mezzi diagnostici per poter discernere - di fronte ad un
quadro clinico di paraplegia (o tetraplegia) sensitivo-motoria completa - se ci si trovi
di fronte ad un danno midollare irreversibile oppure ad una compressione midollare che
possa, se risolta prontamente, essere reversibile; è quindi obbligo assoluto effettuare
in tempi brevissimi quegli atti chirurgici (decompressione, riduzione e stabilizzazione
della lesione traumatica) indispensabili per mettere il midollo nelle migliori condizioni
per poter riprendere le proprie funzioni.
Assieme
con l'indispensabile atto chirurgico si metteranno in essere quei trattamenti
farmacologici, che hanno dimostrato effetti positivi atti a minimizzare il danno
midollare.
TRATTAMENTO
INCRUENTO o conservativo)
Se
lo scopo del trattamento delle lesioni traumatiche della colonna vertebrale è, come detto
prima, ridurre e mantenere ridotta la lesione traumatica sino alla sua guarigione, tale
obiettivo è più agevolmente raggiungibile in caso di lesioni così dette stabili; queste
sono infatti lesioni meno gravi, che sono usualmente provocate da un meccanismo di
iperflessione del rachide e costituite da una frattura del corpo vertebrale che si
presenta deformato a cuneo anteriormente.
Due
sono i metodi utilizzati: l'apparecchio gessato, il busto ortopedico.
Il
primo viene utilizzato quando sia necessario ottenere una riduzione della frattura; il
secondo quando sia sufficiente mantenere la situazione invariata, sino alla guarigione.
La
scelta dipende quindi dall'entità della cuneizzazione, ma non solo. Infatti la sede della
frattura è elemento importante. Se si tratta di una lesione localizzata nel tratto
toracico è spesso bastevole l'utilizzo di un corsetto ortopedico; a livello della
giunzione toraco-lombare o del rachide lombare è più spesso necessario utilizzare un
apparecchio gessato, in ragione della necessità di ottenere la riduzione della frattura.
Non
va infatti dimenticato che la forma dei corpi vertebrali differisce nei vari tratti della
colonna; nel tratto toracico le vertebre presentano fisiologicamente corpi con lieve
cuneizzazione anteriore (e tale tratto di colonna vertebrale è atteggiato in cifosi), nel
tratto lombare è invece il contrario (e tale tratto di colonna vertebrale è atteggiato
in lordosi). Appare evidente che un incremento di una cuneizzazione fisiologica è meglio
accettata - e compensata dai distretti vicini della colonna - in tratto toracico che in
tratto lombare.
La
durata del trattamento (sia con apparecchio gessato che con corsetto ortopedico) è
funzione della guarigione della frattura; essa si aggira tra i 2 ed i 3 mesi. Appare ovvio
che, in presenza di frattura a maggiore cuneizzazione - nelle quali è richiesta una
riduzione in apparecchio gessato - il periodo di immobilizzazione sarà più lungo.
Il
rachide cervicale, per le sue caratteristiche biomeccaniche ed anatomiche, presenta più
raramente fratture "minori", che cioè possano essere trattate con metodiche
incruente. Anche per la colonna cervicale si tratta, in questi casi, di fratture del corpo
vertebrale con lievi cuneizzazioni anteriori, per le quali è indicato il trattamento con
collari ortopedici e, molto più raramente, con apparecchi gessati, che sono denominati
Minerve gessate, oramai in disuso
Il
trattamento chirurgico delle lesioni traumatiche della colonna vertebrale è riservato
alle lesioni instabili, come detto dianzi. E' opportuno, per quanto concerne questo
argomento, suddividere le lesioni traumatiche del rachide cervicale da quelle della
colonna toraco-lombare.
Le
lesioni traumatiche che coinvolgono la colonna cervicale possono essere suddivise in
lesioni che colpiscono esclusivamente (oppure in maniera preponderante) i corpi vertebrali
ed in lesioni che interessano colpiscono esclusivamente (oppure in maniera preponderante)
le strutture posteriori (articolazioni posteriori).
Si
è sempre considerato che i differenti vettori traumatici che causano le lesioni
traumatiche del rachide cervicale (vettori di compressione, di rotazione, di flessione
laterale, di estensione) possano agire singolarmente od in associazione tra loro nel
determinare la lesione traumatica.
A
nostro avviso, sia per le particolari caratteristiche anatomiche delle vertebre cervicali
(e conseguentemente delle caratteristiche del movimento intervertebrale della colonna
cervicale), sia per la conformazione in lordosi della stessa, sia per l'azione dei muscoli
anteriori e posteriori del collo, è da ritenersi che il vettore traumatico che gioca un
ruolo (esclusivo o comunque determinante) nella patogenesi della lesione traumatica sia
quello di compressione; tale vettore avrà effetti dei tutto differenti a seconda che il
rachide cervicale sia posto (nel momento dell'evento traumatico) in posizione di
iperestensione, di iperflessione, di situazione intermedia, di rotazione o di flessione
laterale). Codeste diverse situazioni "posturali" consentono che il vettore
traumatico "scarichi" i suoi effetti fratturativi in modo maggiore (od
esclusivo) sulle strutture (ossee e ligamentose) anteriori (corpi vertebrali) o posteriori
(articolazioni zigoapofisarie).
Senza
scendere in maggiori particolari, le fratture dei corpi vertebrali si possono suddividere
in: tear
drop fractures
(fratture a "goccia") e burst
fractures
(fratture da scoppio). Mentre le prime vengono curate con mezzi conservativi (apparecchi
ortopedici o gessati), le seconde (che spesso si accompagnano a compressione midollare,
debbono essere trattate chirurgicamente.
In
questi casi, essendo la lesione prevalentemente (od esclusivamente) appannaggio della
porzione anteriore della vertebra, la chirurgia sarà anteriore ed è costituita dalla rimozione del corpo
vertebrale fratturato, dalla sua sostituzione con un innesto osseo e dalla stabilizzazione
con una placca avvitata ai due corpi vertebrali vicini.
Le
lesioni che interessano esclusivamente (od in modo preponderante) la porzione posteriore
(arcale) delle vertebre cervicali sono: le lussazioni (mono o bilaterali) delle
zigoapofisi articolari posteriori (zigoapofisi significa apofisi gemella, poiché le
articolazioni posteriori sono in realtà gemelle cioè eguali), le fratture dei massicci
articolari e le lesioni ligamentose gravi (èntorses gràves secondo Roy Camille, che le
descrisse per primo). Tutte codeste lesioni, notevolmente instabili, non possono essere
condotte a guarigione con metodi conservativi (incruenti) e vanno perciò trattate
chirurgicamente. In codesti casi, contrariamente a quanto detto per le lesioni dei corpi
vertebrali, l'aggressione chirurgica sarà posteriore e la riduzione verrà mantenuta con
placche avvitate ai massicci articolari.
Come
detto dianzi le lesioni fratturative della colonna toracica e lombare che necessitano di
trattamento chirurgico sono le lesioni giudicate "instabili". Gli scopi del
trattamento chirurgico sono: ridurre la lesione traumatica per consentirne la guarigione
(senza che si instaurino deformità causate dal trauma - post-fratturative - o che si
instaurino instabilità croniche progressive (proprio per l'impossibilità di una lesione
traumatica "instabile" di giungere a guarigione); decomprimere le strutture
nervose (midollo spinale) compresse da frammenti ossei.
Tali
obiettivi si raggiungono per mezzo di interventi chirurgici che vengono definiti
osteosintesi
vertebrali
o stabilizzazioni
vertebrali.
Essi consistono nell'applicare sulla parte posteriore (arco neurale) od anteriore (corpo
vertebrale) delle vertebre degli apparati metallici (in acciaio o, molto meglio in
titanio) capaci di ridurre la frattura vertebrale e di mantenerla ridotta (senza l'ausilio
di tutele esterne) sino a guarigione. Tali sistemi di osteosintesi vertebrale debbono
altresì essere in grado di distribuire alle vertebre quei vettori necessari ad ottenere
la riduzione.
Il
tratto di colonna vertebrale toraco-lombare che percentualmente è con maggiore frequenza
sede di lesioni traumatiche è la così detta giunzione toraco-lombare (quel tratto di
colonna cioè che è il punto di passaggio tra la colonna toracica e quella lombare);
quasi il 60% delle fratture vertebrali avvengono a tale livello.
Qualora
la lesione traumatica abbia coinvolto il midollo spinale, e conseguentemente vi sia
presente un quadro clinico di paresi o paralisi degli arti inferiori (o di tutti e quattro
gli arti in caso di compressione del midollo cervicale) sarà necessario, nel corso
dell'intervento chirurgico, ridurre la frattura e rimuovere i frammenti ossei causa della
compressione. E' necessario sottolineare a
questo punto che, anche se il quadro clinico di una paralisi completa (sensitiva e
motoria) non significa con certezza che vi sia un danno irreversibile del midollo, non è
a tutt'oggi possibile stabilire se tale quadro clinico potrà essere risolto o migliorato
da un tempestivo intervento chirurgico di decompressione. Perciò, nonostante i notevoli
progressi compiuti dalla diagnostica per immagini (Risonanza Magnetica Nucleare) e dal
trattamento farmacologico in emergenza (cortisone ad altissime dosi), in presenza di un
quadro clinico di danno midollare in frattura vertebrale è imperativo effettuare un
intervento chirurgico in urgenza.